Il “Bonus Mamme” (l’esonero contributivo per le lavoratrici madri) finisce sotto la lente della Corte Costituzionale. A sollevare la questione è il Tribunale di Milano, che dubita della legittimità costituzionale dell’articolo 1, commi 180 e 181, della Legge di Bilancio 2024.
Al centro del dibattito: l’esclusione dal beneficio delle lavoratrici madri a tempo determinato e di quelle con contratto di lavoro domestico (come colf e badanti). Il Tribunale milanese ritiene che questa esclusione possa rappresentare una palese discriminazione.
In cosa consiste l’esonero contributivo (“bonus mamme”)?
La manovra del 2024 ha introdotto, per un periodo limitato, l’esonero totale (entro il limite massimo annuo di 3.000 euro) dal versamento della quota di contributi previdenziali (IVS) a carico delle lavoratrici.
L’agevolazione è stata inizialmente pensata solo per le madri con contratto a tempo indeterminato, escludendo di fatto le precarie e le lavoratrici domestiche.
Le accuse di discriminazione sotto esame
Secondo il Tribunale di Milano, l’esclusione di queste categorie viola diversi principi fondamentali della Costituzione:
1. Violazione dell’Articolo 3 e 31 Cost. (Parità e Tutela della Maternità)
Il giudice rimettente sostiene che escludere le madri precarie e domestiche costituisca una irragionevole disparità di trattamento (Art. 3 Cost.) a parità di condizioni familiari (stesso numero di figli). Questo si tradurrebbe in un ingiustificato pregiudizio per la maternità e per le famiglie numerose (Art. 31 Cost.).
2. Discriminazione tra Tempo Determinato e Indeterminato
L’esclusione delle lavoratrici a termine violerebbe la Clausola 4, punto 1, della Direttiva europea 1999/70/CE, che vieta di trattare i lavoratori a tempo determinato in modo meno favorevole rispetto ai comparabili a tempo indeterminato.
3. Discriminazione Indiretta basata sulla Nazionalità
Il Tribunale milanese individua anche una discriminazione indiretta ai danni delle lavoratrici straniere. Statistiche alla mano, le donne non italiane sono sovra-rappresentate nei contratti a tempo determinato e, soprattutto, nel lavoro domestico. Una norma apparentemente neutrale (come il Bonus Mamme) le penalizzerebbe in misura significativamente maggiore rispetto alle lavoratrici italiane.
La difesa dell’INPS e del Governo
L’INPS e l’Avvocatura generale dello Stato hanno chiesto alla Corte di dichiarare le questioni inammissibili o, comunque, non fondate. Le principali argomentazioni sono:
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risorse limitate: la misura è stata introdotta in via sperimentale e la limitazione soggettiva è stata dettata dalla necessità di non superare le risorse finanziarie disponibili (vincolo art. 81 Cost.);
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costi elevati: l’INPS ha quantificato in 218 milioni di euro solo per il 2024 i costi derivanti dall’estensione del beneficio a tutte le categorie escluse;
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lavoro domestico: per il lavoro domestico, si evidenzia che l’aliquota contributiva a carico della lavoratrice è già di per sé ridotta (intorno al 5%).
Cosa succederà ora?
La Corte Costituzionale dovrà ora pronunciarsi sulla legittimità di questa esclusione. Una sua sentenza di accoglimento potrebbe forzare il Parlamento a estendere retroattivamente l’esonero contributivo a tutte le lavoratrici madri, indipendentemente dalla tipologia di contratto.
La decisione è attesa con grande interesse, poiché inciderà direttamente sui diritti e sulla retribuzione netta di migliaia di lavoratrici a tempo determinato e di donne impegnate nel settore domestico